ISSN 2724-1106

Art. 547. Mancata dichiarazione del terzo.

Art. 547. Mancata dichiarazione del terzo.

  • 18 Aprile 2024

Con dichiarazione a mezzo raccomandata inviata al creditore procedente o trasmessa a mezzo di posta elettronica certificata, il terzo, personalmente o a mezzo di procuratore speciale o del difensore munito di procura speciale, deve specificare di quali cose o di quali somme è debitore o si trova in possesso e quando ne deve eseguire il pagamento o la consegna.
Deve altresì specificare i sequestri precedentemente eseguiti presso di lui e le cessioni che gli sono state notificate o che ha accettato.
Il creditore pignorante deve chiamare nel processo il sequestrante nel termine perentorio fissato dal giudice.

Sommario: 1. Evoluzione della disciplina. – 2. La natura giuridica della dichiarazione del terzo. – 3. La funzione ed il contenuto della dichiarazione del terzo. – 4. La possibilità di revoca della dichiarazione del terzo. – 5. La forma e i termini della dichiarazione: lo stato dell’arte. – 6. I soggetti legittimati. – 7. I precedenti sequestri e cessioni e la chiamata del sequestrante.

1. Evoluzione della disciplina. – L’istituto della dichiarazione del terzo è stato negli anni profondamente innovato. Nella sua versione originaria essa poteva essere resa solo in udienza ed il creditore, obbligato a citare il terzo, in questa sede veniva a conoscenza della “consistenza” dei beni pignorati.

Successivamente, con la riforma introdotta con la legge 52/2006 fu accordata al terzo la possibilità di ottemperare a tale onere anche a mezzo raccomandata entro il termine, meramente ordinatorio, di dieci giorni dalla notifica dell’atto di pignoramento (Marzocco: 156 s.). Tuttavia, tale possibilità era preclusa nell’ipotesi in cui oggetto del pignoramento erano crediti di lavoro: in tal caso rimaneva obbligatoria la presenza in udienza. La ratio sottesa a tale intervento era da ricercare nella volontà di alleggerire la posizione del terzo, estraneo al processo, e agevolarlo nel rendere la dichiarazione evitando l’introduzione da parte del creditore del giudizio di accertamento (Petrillo: 233 s.); ed in modo da scongiurare il rischio del moltiplicarsi di procedimenti e sub procedimenti.

 Con legge del 24 dicembre 2012 n. 228, è stata poi equiparata alla dichiarazione resa a mezzo raccomanda anche quella a mezzo posta elettronica certificata. Tuttavia più che di un’evoluzione si potrebbe parlare di un adeguamento a tecnologie più avanzate.

L’istituto è poi ulteriormente mutato nel 2014 con il d.l. 132/2014 convertito in legge 162/2014, con formula tutt’oggi vigente. La relativa disciplina così come riformata verrà meglio analizzata nel prosieguo del presente scritto.

2. La natura giuridica della dichiarazione del terzo. – In virtù della notifica dell’atto di pignoramento, il terzo è tenuto a rendere una dichiarazione al creditore procedente al fine di comunicare eventuali somme o cose in suo possesso, ma di proprietà del debitore esecutato. All’uopo dovrà specificare la data prevista per il pagamento ovvero per la riconsegna. Attesa tale previsione, la dottrina molto si è interrogata sulla natura di siffatta dichiarazione e mai è stata univocamente orientata. In argomento varie tesi hanno tentato di ricondurre la dichiarazione di cui all’art. 547 c.p.c. sotto l’egida di altri istituti del nostro ordinamento. Tra questi (come indicato in seguito) vi è chi ha sostenuto si trattasse di una confessione giudiziale, chi di una ricognizione di debito e chi di una mera dichiarazione di scienza.

L’interpretazione forse più discussa è stata quella secondo cui la natura della dichiarazione in esame sarebbe da ricondurre ad una confessio in iure, anche se la giurisprudenza non fa mai riferimento all’istituto della confessione. Piuttosto, ritenendosi, con formula vaga, che mediante tale istituto il terzo proceda ad un “accertamento del credito” (17367/03).

La tesi in esame nasce sotto l’impero dell’abrogato codice del 1865 ossia quando predominava l’idea della citazione del terzo quale domanda giudiziale introduttiva di un giudizio di cognizione volto all’accertamento dell’esistenza del credito ed in cui il terzo assumeva il ruolo di parte processuale. Va da sé che, già solo per questa ragione, siffatta tesi non può più trovare cittadinanza nell’odierno codice di rito (Mortara: 260).

La confessione è, ai sensi dell’art. 2730 c.c., “[…] la dichiarazione che una parte fa della verità dei fatti ad essa sfavorevoli e favorevoli all’altra parte” e tale definizione non pare adattarsi alla dichiarazione del terzo. Infatti, in primis va rilevato che il terzo non è parte del processo esecutivo instauratosi tra creditore procedente e debitore esecutato. Al più egli si può ritenere un ausiliario del giudice (23727/08) il cui ruolo, come meglio vedremo in prosieguo, è da ritenere finalizzato a dare concretezza all’indicazione di un soltanto eventuale credito che il creditore procedente ha effettuato nell’atto di pignoramento, e presumibilmente vantato dall’esecutato.

Inoltre, mancano i due presupposti fondamentali perché una dichiarazione resa dal terzo possa essere considerata una confessione: mancano, infatti, l’animus confitendi e la contra se pronuntiatio.

In species, quando si parla di animus confitendi ci si riferisce alla necessaria consapevolezza che il confitente deve avere rispetto alla sua dichiarazione (695/16; 12691/15) ossia che dalla medesima deriveranno per lui (contra se) svantaggi e per la controparte vantaggi (Frassinetti: 79). Invero, nel caso in esame non ricorrono i due presupposti citati per il semplice fatto che tra il terzo ed il creditore procedente non si instaura alcun rapporto per cui in capo al primo non può ricadere alcuna conseguenza negativa. È  infatti irrilevante il soggetto ultimo cui egli dovrà pagare il proprio debito: che sia il creditor creditoris piuttosto che il proprio creditore (Saletti: 210). D’altra parte deve darsi atto del fatto che in passato la tesi in esame aveva anche un (forzato) appiglio testuale: infatti l’art. 548, secondo comma, c.p.c. nella sua versione originaria, prevedeva che nel caso in cui il terzo non avesse reso la dichiarazione neanche nel giudizio di accertamento promosso dal creditore, trovava applicazione la disposizione di cui all’art. 232 c.p.c. e il giudice poteva ritenere fondata l’allegazione del creditore procedente e quindi ammesso il debito del terzo qualora quest’ultimo si fosse rifiutato di rispondere senza giustificato motivo. In ogni caso, con l’intervento del legislatore su tale disposto codicistico è venuto meno anche tale presupposto.

Secondo un diverso orientamento, sarebbe più corretto ricondurre la dichiarazione del terzo all’istituto della ricognizione del debito di cui all’art. 1988 c.c. (Grippo: 131). Tuttavia, il limite che incontra tale tesi è intrinseco alla medesima ove si afferma che la dichiarazione positiva del terzo, dal punto di vista puramente pratico, consiste in un vero e proprio riconoscimento del debito (Tatangelo: 823), ma la stessa definizione non è confacente all’ipotesi di dichiarazione negativa ove, per l’effetto, non vi è alcun riconoscimento. Tale orientamento, dunque, non convince dal momento che non definisce in maniera univoca la dichiarazione ex art. 547 c.p.c., ma si attaglia solo ai casi in cui la stessa confermi l’allegazione del creditore procedente lasciando priva di definizione l’ipotesi opposta (Saletti: 211).

Secondo altra parte della dottrina (Colesanti: 400) il problema circa la natura della dichiarazione del terzo è estremamente sopravvalutato. Nondimeno, la soluzione a tale annosa questione dovrebbe ricercarsi non tentando di ricondurre la dichiarazione del terzo ad altri istituti giuridici e, quindi, cercando di applicare per analogia la relativa disciplina. Piuttosto facendosi riferimento alla precipua funzione che la stessa ha all’interno del processo esecutivo. All’uopo, alla dichiarazione del terzo dovrebbe attribuirsi natura di dichiarazione di scienza, ossia dichiarazione di verità idonea ad identificare e ad accertare l’esistenza del credito precedentemente solo ipotizzato dal creditore procedente. Tra l’altro tale soluzione si porrebbe in rapporto di genere a specie rispetto alla ricognizione del debito: si potrebbe tranquillamente sostenere che la dichiarazione del terzo, intesa quale dichiarazione di scienza, qualora dovesse essere positiva acquisterebbe i caratteri tipici del riconoscimento del debito (Grippo 1: 350).

3. La funzione ed il contenuto della dichiarazione del terzo. ­– La funzione della dichiarazione che il terzo è tenuto a rendere ai sensi dell’art. 547 c.p.c. è sostanzialmente quella di precisare il quantum della res pignorata precedentemente indicata solo in modo (probabilmente) impreciso dal creditore procedente (Soldi: 1247), e quindi eliminare tale genericità (6518/14). Inoltre, in caso di dichiarazione positiva ovvero parzialmente positiva, essa ha l’ulteriore funzione di individuare i beni del debitore esecutato ed in possesso del terzo sui quali cade il vincolo di indisponibilità a far data dalla notifica dell’atto di pignoramento presso terzi; e quindi i beni rispetto ai quali il terzo diventa custode non dovendo in alcun modo disporne né a beneficio di terzi né riconsegnandoli al debitore esecutato. In caso contrario, eventuali atti di disposizione in tal senso non saranno comunque opponibili al creditore procedente (16035/2015).

Inoltre, la dichiarazione del terzo si pone come fondamentale nell’economia del procedimento di espropriazione presso terzi che, in quanto fattispecie a formazione progressiva, si perfeziona proprio con tale atto (32804/23) e, qualora dovesse essere positiva, si conclude con l’ordinanza di assegnazione (3101/24; 9903/21).

Invero, qualora il terzo dichiari di essere debitore nei confronti dell’esecutato di una somma totalmente o parzialmente satisfattiva del credito vantato dal procedente, tale atto varrà ad indicare il successo (anche solo in parte) dell’intero procedimento di espropriazione. Viceversa l’eventuale dichiarazione negativa segnerà la fine della procedura esecutiva mancando totalmente la res pignorata (Saletti: 171).

In argomento, è fondamentale che il debitor debitoris con la dichiarazione di quantità renda indicazioni specifiche e dettagliate dal punto di vista oggettivo ossia rispetto al rapporto strictu sensu economico intercorrente con il debitore esecutato e specificare altresì il titolo ed il quantum del credito vantato dal medesimo. Al riguardo non è necessaria la stessa analiticità da un punto di vista soggettivo (5037/17).

Tuttavia, non è detto che con la dichiarazione ex art. 547 c.p.c. sia sempre possibile definire le sorti del procedimento, infatti se nessun dubbio ricorre nei casi in cui la medesima sia totalmente positiva ovvero il creditore non proceda a contestazioni, lo stesso non accade qualora vi sia reticenza del debitor debitoris. In tali ipotesi la res pignorata rimane incerta e si rendono necessarie nuove e fondamentali fasi espressamente previste dagli artt. 548 e 549 c.p.c. (Saletti: 172) in grado di sopperire a tale genericità, la cui funzione è quella di pervenire alla medesima individuazione dell’oggetto del pignoramento attraverso l’accertamento giudiziale (19059/06).

4. La possibilità di revoca della dichiarazione del terzo. – Rispetto alla possibilità per il terzo di revocare la dichiarazione positiva, si sono contrapposti orientamenti eterogenei tanto in dottrina quanto in giurisprudenza. Il fil rouge che accomuna le varie scuole di pensiero è il riconoscimento della possibilità di revoca della dichiarazione, tuttavia notevoli contrasti si registrano rispetto ai motivi, alle modalità ed ai tempi per esercitare lo jus poenitendi.

I sostenitori dell’idea di dichiarazione del terzo quale confessio in iure ritengono che la stessa possa essere revocata, ma, al pari della confessione, solo nei casi di cui all’art. 2732 c.c. ossia per errore di fatto o violenza (Colesanti: 412). Tuttavia, come già visto nei precedenti paragrafi, superata tale tesi non vi è motivo di fare applicazione della relativa disciplina (Grippo: 136).

Secondo altri, al fine di revocare la dichiarazione è necessario introdurre un giudizio di accertamento (Bucolo: 272). Ma va da sé che mancano i presupposti logico giuridici perché tale tesi possa essere accolta, dal momento che al terzo, in quanto carente della qualifica di parte processuale, è preclusa la possibilità di introdurre un giudizio di accertamento (Saletti 2: 1014).

Vi è poi un altro orientamento che parte dalla natura di atto esecutivo della dichiarazione di quantità ed in quanto tale, il terzo che vuole dedurre errori ed imprecisioni della stessa deve proporre opposizione agli atti esecutivi, mezzo tipico previsto dal legislatore per la deduzione dei vizi degli atti esecutivi (Vaccarella: 114).

Infine, vi è chi ritiene che la dichiarazione del terzo possa essere sempre e comunque revocata indipendentemente dalle motivazioni. Tesi muove dalla volontà di assicurare la tutela del terzo, in quanto risulterebbe privo di fondamento logico considerarlo responsabile oltre i limiti del proprio debito nei confronti dell’esecutato in virtù di una dichiarazione errata e non perfettamente confacente alla reale situazione di fatto, dal momento che egli è estraneo al processo esecutivo (Saletti: 215).

In argomento, anche la giurisprudenza non si è espressa in maniera uniforme. L’interpretazione più risalente escludeva la possibilità di avanzare un’istanza di revoca e nel contempo imponeva al terzo di proporre opposizione ai sensi dell’art. 617 c.p.c. avverso la successiva ordinanza di assegnazione per far valere eventuali errori della dichiarazione (3958/07).

Al contrario, l’orientamento più recente ritiene che la dichiarazione di quantità resa dal terzo sia sempre revocabile per errore di fatto ove tale errore, in applicazione del principio di autoresponsabilità (Soldi: 1270), non sia imputabile al debitor debitoris o comunque sia scusabile (18109/20). Tuttavia, è bene precisare che tale revoca dovrà pervenire tempestivamente, ossia prima che venga emessa l’ordinanza di assegnazione (13144/21).

Il terzo, però, ha comunque diritto a proporre opposizione all’ordinanza di assegnazione quando questa si basi su una dichiarazione errata, ma solo nei casi in cui l’errore, incolpevole e scusabile, emerga dopo che il giudice dell’esecuzione abbia provveduto ai sensi degli artt. 552 o 553 c.p.c. (10912/17) ovvero quando il g.e. si pronunzi senza tener conto della revoca della dichiarazione precedentemente resa dal terzo medesimo (5489/19; 13143/17).

 

5. La forma e i termini della dichiarazione: lo stato dell’arte. – L’ultima riforma introdotta con d.l. 132/2014 convertito in legge 162/2014 è intervenuta ad unificare le modalità di espressione della dichiarazione di quantità preferendo quelle in forma semplificata. In questo modo il legislatore ha, in qualche modo, accolto l’auspicio di quanti ritenevano più opportuna la forma scritta proprio per i crediti di lavoro in quanto relativi alla sfera personale del debitore (Acone: 45 s.). Infatti, ad oggi non è più prevista la presenza in udienza del terzo dovendo quest’ultimo provvedere obbligatoriamente a mezzo raccomandata ovvero a mezzo PEC (Capponi: 245).

Tuttavia, resta da definire se sia ancora possibile per il terzo rendere la dichiarazione in udienza o se le modalità di cui all’art. 547 c.p.c. siano assolutamente vincolanti.

Secondo un primo orientamento il terzo può scegliere di rendere la dichiarazione di quantità nelle forme semplificate, ma conserva in ogni caso la possibilità di ottemperare a tale onere dinanzi al giudice in prima udienza. Tale tesi si fonda sulla lettura a contrario del disposto codicistico di cui all’art. 548 c.p.c. ove è previsto che la dichiarazione deve considerarsi positiva qualora il terzo non compaia alla seconda udienza di comparizione. E quindi se al terzo è concessa l’opportunità di essere presente in seconda udienza, egli potrà a fortiori esserlo nella prima (Soldi: 1259).

Eppure, potenzialmente in contrasto con siffatta interpretazione si pone una recentissima pronunzia della Suprema Corte (16005/23) per cui, la dichiarazione del terzo, attesa la sua precipua funzione nell’economia del procedimento de quo, deve essere necessariamente resa l’alternativa previsione “secca” prevista dall’art. 547 c.p.c.; ossia a mezzo raccomandata o a mezzo PEC, dovendo diversamente la dichiarazione considerarsi “tamquam non esset” e quindi procedere ai sensi dell’art. 548 c.p.c.

Nondimeno, in argomento altro orientamento giurisprudenziale nel definire il terzo quale ausiliario del giudice prevede esplicitamente che lo stesso in quanto “invitato” a rendere la dichiarazione di quantità non è tenuto a comparire all’udienza fissata ai sensi dell’art. 543 c.p.c. (28926/23). È probabilmente, proprio in questo caso che la lettura a contrario ci permette di affermare che la partecipazione all’udienza da parte del terzo è facoltativa e rimessa alla sua volontà (purché ottemperi sempre ai suoi oneri).

In ogni caso, è sempre preferibile che il terzo renda la dichiarazione in forma scritta e prima dell’udienza indicata nell’atto di pignoramento possibilmente entro un termine congruo che permetta al creditore, in caso di dichiarazione positiva, di procedere con l’iscrizione a ruolo e di assolvere le nuove incombenze perentorie introdotte con d. lgs. 149/22, ed in particolare la comunicazione al debitore ed al terzo dell’avvenuta iscrizione a ruolo e deposito della prova di avvenuta comunicazione nel fascicolo telematico.

Invero, ai sensi dell’art. 543 c.c. il terzo dovrebbe rendere tale dichiarazione entro il termine di dieci giorni dalla notifica del pignoramento, tuttavia si tratta di un termine meramente ordinatorio dal momento che la cooperazione del terzo, parte estranea al processo, non è coercibile (della Pietra: 3) ed infatti in caso di violazione di detto termine non è prevista alcuna sanzione diretta.

6. I soggetti legittimati. – Ai sensi dell’art. 547 c.p.c. è espressamente previsto che i soggetti legittimati a rendere la dichiarazione di quantità sono il terzo personalmente ovvero tramite procuratore speciale o difensore munito di procura speciale.

Le ipotesi più semplici sono quelle in cui la dichiarazione di quantità sia resa dal terzo persona fisica in quanto sarà lo stesso debitor debitoris a rendere la dichiarazione di quantità. Tuttavia, devono escludersi i casi in cui il terzo sia privo della capacità di agire: all’uopo dovrà ottemperare al medesimo onere chi sul terzo eserciti la patria potestà, solitamente i genitori ovvero, in caso di interdizione o inabilitazione, il tutore o l’inabilitato stesso assistito dal curatore (Finocchiaro: 1075).

Qualora il terzo sia una persona giuridica dovrà provvedere a rendere la medesima dichiarazione il legale rappresentante pro tempore (Saletti: 175 s.).

La norma prevede, altresì, la possibilità che la dichiarazione venga resa dal procuratore speciale del terzo, ossia munito di procura speciale. Affinché la dichiarazione possa essere validamente resa la procura speciale deve essere predisposta per atto pubblico o per scrittura privata autenticata (Soldi: 1250) e deve indicare il procedimento esecutivo specifico per il quale è conferita.

Non viene esplicitamente prevista la possibilità per il terzo di rendere la dichiarazione ex art. 547 c.p.c. a mezzo di un procuratore generale “ad negotia”, ossia munito di procura atta a compiere qualsiasi tipo di attività in nome e per conto del rappresentato. Tuttavia, salvo un orientamento minoritario (Satta: 204), è opinione diffusa che la mancata esplicita previsione non sia idonea ad escludere tale possibilità (Corsaro-Bozzi: 239).

Infine, con la L. 52/2006 si è previsto che per il terzo possa rendere la dichiarazione anche il suo difensore munito di procura speciale.

Fatta una breve panoramica è bene approfondire l’ipotesi dell’invalidità della procura ovvero di suo difetto, da cui deriva la nullità della dichiarazione resa. In argomento l’orientamento giurisprudenziale è pacifico: la dichiarazione di cui all’art. 547 c.p.c. resa non dal terzo debitore esecutato personalmente, ma da altra persona non munita di specifico potere di rappresentanza, il falsus procurator, è inefficace, non potendo procedersi neanche alla ratifica (20425/08). Infatti, la dichiarazione in esame non è un contratto o un negozio giuridico unilaterale, ma un atto processuale. E in argomento, è noto che nel campo processuale non opera il principio per cui gli atti posti in essere da soggetto privo di rappresentanza possono essere ratificati con efficacia retroattiva (9464/12).

Inoltre, benché la dichiarazione di quantità sia un atto processuale, il terzo rimane sempre parte estranea al processo per cui non trova applicazione neanche l’art. 182 c.p.c. (Soldi: 1251) che permette di ovviare ai casi di nullità della procura alle liti e, a seguito dell’entrata in vigore del d. lgs. 149/2022, anche ai casi di inesistenza della stessa, confermando un vecchio orientamento giurisprudenziale (23353/21; 23958/20 → DG 20, 6 – Greco).

In argomento va tuttavia segnalato che è stata proposta un’interpretazione estensiva dell’art. 83, terzo comma, c.p.c. (21216/17) e quindi delle modalità di rilascio della procura finendo per essere davvero pochi i casi di invalidità della stessa. In dottrina si ritiene assolutamente valida anche la procura rilasciata in calce alla raccomandata con cui viene resa la dichiarazione ed ancora, nei casi in cui si proceda ai sensi dell’art. 548, primo comma, c.p.c., in calce all’ordinanza di fissazione della nuova udienza (Saletti: 178 e s.).

Infine, nell’ipotesi di dichiarazione resa da un falsus procurator, il terzo pignorato ha sempre la possibilità di esperire il rimedio dell’opposizione agli atti esecutivi ex art. 617 c.p.c ed il relativo termine non decorre dalla data di emissione del provvedimento, ma da quella della conoscenza legale dello stesso (28926/23).

È da escludere la possibilità per il debitor debitoris di ricorrere all’opposizione di cui all’art. 619 c.p.c. riservata al solo terzo estraneo all’intero processo il quale affermi di essere titolare di diritti sui beni o crediti oggetto del pignoramento ed abbia interesse a farli valere (3101/24). Al contrario, l’ipotesi in cui il terzo pignorato eccepisca un errore circa lo svolgimento dell’attività processuale, in species l’invalidità della dichiarazione in quanto resa da un soggetto privo di legittimazione, integra il presupposto tipico per l’applicazione dell’art. 617 c.p.c. (Saletti: 181).

7. I precedenti sequestri e cessioni e la chiamata del sequestrante. – L’art. 547 c.p.c. prevede altresì che il terzo con la propria dichiarazione specifichi eventuali sequestri già eseguiti presso di lui ovvero cessioni che gli sono state notificate o già accettate in modo tale da permetterne la chiamata in causa. La norma si riferisce esclusivamente ai sequestri avvenuti precedentemente al pignoramento dal momento che quelli successivi in alcun modo potranno essere opposti al creditore procedente.

Nel silenzio della norma vi è chi ritiene che il terzo nel rendere la propria dichiarazione debba tener conto solo dei sequestri conservativi e non anche di quelli di diversa natura (Tatangelo: 480). Tale orientamento tende ad applicare in via analogica la disposizione di cui all’art. 158 disp. att. cod. proc. civ. ove è specificato che il creditore dovrà avvisare il sequestrante qualora dai pubblici registri si evinca un sequestro conservativo sui beni pignorati e non anche sequestri di natura diversa.

Al riguardo deve ritenersi che l’art. 547 c.p.c. si pone proprio come disposizione volta ad ampliare la portata dell’art. 158 disp. att. cod. civ. e ricomprendere tutte le figure di sequestro. In caso contrario sarebbe solo ultronea e ripetitiva.

Va ulteriormente sottolineato che si tratta di un’indicazione fondamentale che ove omessa fonda in capo al terzo un’ipotesi di responsabilità per fatto illecito ai sensi dell’art. 2043 c.c. che andrà accertata con giudizio ad hoc.

In fine, dal punto di vista strettamente pratico, qualora il terzo dichiari l’esistenza di sequestri anteriori al pignoramento, il creditore dovrà chiamare in causa il sequestrante con atto di citazione entro un termine perentorio fissato dal giudice. Evaso tale termine senza che si sia ottemperato a detto onere, il giudice dell’esecuzione dovrà procedere a dichiarare estinto l’intero processo esecutivo (Soldi: 1265). Nell’ipotesi in cui il sequestrante, regolarmente chiamato in causa, non intervenga nel giudizio di espropriazione perderà ogni diritto sui beni sequestrati per i quali il g.e. abbia provveduto ad emettere ordinanza di assegnazione o di vendita (Rolfi: 518).

Bibliografia nel testo: A. M. MARZOCCO, La dichiarazione a mezzo raccomandata, in AA.VV., Le espropriazioni presso terzi, opera diretta da F. AULETTA, Bologna, 2011; C. PETRILLO, Forma del pignoramento e dichiarazione del terzo, in AA.VV., Commentario alle riforme del processo, a cura di A. BRIGUGLIO – B. CAPPONI, Padova, 2007; L. MORTARA, Commentario del codice e delle leggi di procedura civile, V, Milano, 1970; A. FRASSINETTI, La confessione stragiudiziale, Trieste, 2018; A. SALETTI, Espropriazione presso terzi, in Commentario del c.p.c., a cura di S. CHIARLONI, Libro terzo: Processo di esecuzione art. 543-554, Bologna, 2021;  V. COLESANTI, Il terzo debitore nel pignoramento di crediti, Milano, II, 1967; P. GRIPPO, La dichiarazione positiva del terzo debitor debitoris nell’espropriazione dei crediti, in AA.VV., Scritti sul processo esecutivo e fallimentare in ricordo di Raimondo Annecchino, Napoli, 2005; A. M. SOLDI, Manuale dell’esecuzione forzata, VIII ed., Milano, 2022; F. BUCOLO, Il pignoramento e il sequestro presso terzi, Padova, 1986; A. SALETTI, Il giudizio di accertamento dell’obbligo del terzo pignorato, in Riv. dir. process., 1998; M. ACONE, Conversione del pignoramento e pignoramento di crediti, in AA.VV., Il processo civile di riforma in riforma, II, Milano, 2006; B. CAPPONI, Manuale di diritto dell’esecuzione civile, VI, Torino, 2020; G. DELLA PIETRA , Il frastagliato profilo dell’espropriazione presso terzi, in www.judicium.it, 2012; G. FINOCCHIARO, L’espropriazione presso terzi, in G. ARIETA – F. DE SANTIS – A. DIDONE, Codice commentato alle esecuzioni civili, Torino, 2016; S. SATTA, L’esecuzione forzata, Torino, 1963; V. CORSARO– S. BOZZI, Manuale dell’esecuzione forzata, Milano, 1987; A. GRECO, Procura alle liti viziata o mancante? Il giudice ha l’obbligo e non la facoltà di far sanare quanto rilevato al difensore senza preclusioni, in Diritto & Giustizia, fasc. 209, 2020; A. TATANGELO, Questioni attuali in tema di espropriazione presso terzi, con specifico riferimento all’espropriazione dei crediti della pubblica amministrazione, in Riv. esec. forz., 2003; F. ROLFI, L’espropriazione presso terzi, in AA.VV., La nuova esecuzione forzata dopo la l. 18 giugno 2009, n. 69, opera diretta da P. G. DEMARCHI, prefazione di M. FABIANI, Bologna, 2009.

 

Commento di Giuseppe Mancino, licenziato il 9 aprile 2024.

Categorie: