ISSN 2724-1106

Art. 618 c.p.c. Provvedimenti del giudice dell’esecuzione.

Art. 618 c.p.c. Provvedimenti del giudice dell’esecuzione.

  • 18 Settembre 2022

Il giudice dell’esecuzione fissa con decreto l’udienza di comparizione delle parti davanti a sé e il termine perentorio per la notificazione del ricorso e del decreto, e dà, nei casi urgenti, i provvedimenti opportuni.

All’udienza dà con ordinanza i provvedimenti che ritiene indilazionabili ovvero sospende la procedura. In ogni caso fissa un termine perentorio per l’introduzione del giudizio di merito, previa iscrizione a ruolo a cura della parte interessata, osservati i termini a comparire di cui all’articolo 163-bis, o altri se previsti, ridotti della metà. La causa è decisa con sentenza non impugnabile.

Sono altresì non impugnabili le sentenze pronunciate a norma dell’articolo precedente primo comma.

Sommario: 1. Opposizione preventiva e opposizione successiva agli atti esecutivi. Ambito applicativo dell’art. 618 c.p.c. – 2. Struttura bifasica dell’opposizione successiva agli atti esecutivi. – 3. La fase sommaria. – 4. La fase di merito. – 5. Decisione e regime di impugnazione. – 6. I provvedimenti opportuni ed indilazionabili e il potere di sospensione della procedura. – 7. Le spese del giudizio. – 8. Sospensione feriale dei termini.

1. Opposizione preventiva e opposizione successiva agli atti esecutivi. Ambito applicativo dell’art. 618 c.p.c. – L’art. 618 c.p.c., rubricato «provvedimenti del giudice dell’esecuzione», ai commi 1 e 2, disciplina la struttura del giudizio di opposizione agli atti esecutivi introdotto quando l’esecuzione sia già stata intrapresa (cd. opposizione successiva agli atti esecutivi, ex art. 617, comma 2, c.p.c.) e i relativi poteri del giudice dell’esecuzione.

Si ricordi, infatti, che l’opposizione agli atti successiva si propone con ricorso al giudice dell’esecuzione e può avere ad oggetto le irregolarità del titolo esecutivo e del precetto che sia stato impossibile proporre prima dell’inizio dell’esecuzione, i vizi relativi alla loro notificazione e l’irregolarità, illegittimità ed inopportunità dei singoli atti del processo di esecuzione forzata (cfr. sub art. 617 c.p.c.).

L’opposizione agli atti esecutivi proposta, invece, nella fase che precede l’avvio dell’esecuzione (cd. opposizione pre-esecutiva, ex art. 617, comma 1, c.p.c.) ha ad oggetto la regolarità formale del titolo esecutivo o del precetto e si propone con atto di citazione davanti al giudice che sarà competente per l’esecuzione (v. l’art. 480, terzo comma, c.p.c.): nel giudizio di opposizione pre-esecutiva difetta, dunque, un giudice dell’esecuzione attualmente investito della procedura esecutiva, il quale possa adottare i provvedimenti disciplinati dai primi due commi dell’articolo in epigrafe (cfr., mutatis mutandis, Romano, § 2).

In conseguenza di ciò, nonostante la riforma dell’art. 618, comma 2, c.p.c. (realizzata con l’art. 15, comma 1, l. 24 febbraio 2006, n. 52) abbia espressamente attribuito al giudice dell’opposizione agli atti cd. successiva il potere di sospendere l’esecuzione (cfr. ↓, § 6), un analogo potere non compete al giudice dell’opposizione agli atti di cui all’art. 617, comma 1, c.p.c..

Anche per quest’ultima, tuttavia, può «porsi il problema della sospensione anteriormente all’inizio in senso tecnico dell’esecuzione (e, in particolare, di una sospensione in grado di stabilizzarsi grazie al meccanismo introdotto dal comma 3 dell’art. 624). Ma di tale problema il legislatore [della riforma, n.d.r.] (verosimilmente “abbagliato” dal dibattito che aveva soprattutto interessato l’opposizione a precetto) non s’è fatto carico, e pertanto la relativa tutela (che potremmo icasticamente definire come il diritto a non subire un pignoramento ingiusto) potrà essere assicurata soltanto col provvedimento ex art. 700 c.p.c., soluzione che la giurisprudenza aveva appunto individuato, prima del 2005, con riferimento all’opposizione a precetto» (Capponi1, 12; Capponi4, § 2).

Dunque, nell’ipotesi in cui il precetto sia verosimilmente affetto da un vizio formale, sarà possibile inibire l’avvio di un’esecuzione viziata con ricorso d’urgenza ex art. 700 c.p.c. (Soldi, 2287 s.; Barreca2; Menchini-Motto, 197; dubitativo sul punto, Pavan, nota 4, secondo il quale l’istanza di sospensiva potrà essere inserita nell’atto di opposizione ex art. 617, comma 1, c.p.c., in forza di «una lettura costituzionalmente orientata della norma di cui all’art. 618 cod. proc. civ.»).

Dai primi due commi dell’articolo in questione, in combinato disposto con l’art. 617, comma 2, c.p.c., si desume, inoltre, che l’opposizione agli atti cd. successiva: a) si propone con ricorso; b) tale ricorso deve essere proposto non genericamente all’ufficio giudiziario competente, ma direttamente e specificamente al giudice dell’esecuzione, mediante deposito agli atti del processo esecutivo pendente, nel fascicolo dell’esecuzione, e senza la sua iscrizione nel ruolo contenzioso ordinario, la quale è espressamente prevista solo in relazione alla successiva eventuale fase di merito a cognizione piena.

In forza del principio di strumentalità delle forme, rimane ferma, tuttavia, l’ammissibilità dell’opposizione proposta oralmente all’udienza davanti al giudice dell’esecuzione o con altre modalità equipollenti al ricorso diretto a quest’ultimo, purché l’opposizione provenga, in ogni caso, da un difensore munito di procura alle liti e sia idonea ad individuare il petitum (di nullità dell’atto esecutivo opposto) e la relativa causa petendi (con l’indicazione dei motivi di opposizione) (27162/06; 10132/2003; in dottrina, Crivelli, § 2 # Soldi, 2237, nota 131, e, dunque, 2207). In tal caso, la formalizzazione dell’opposizione potrà avvenire nel verbale d’udienza, «con il corollario che la notificazione dell’atto si considera effettuata alle controparti, in persona dei rispettivi procuratori, nella stessa udienza in cui viene proposta l’opposizione» (Pilloni1, nota 42).

Sull’opposizione, il g.e. è tenuto ad instaurare il contraddittorio, fissando con decreto l’udienza di comparizione delle parti davanti a sé, udienza da svolgersi in camera di consiglio, senza rigorosa predeterminazione di termini a comparire (art. 185 disp. att. c.p.c.), e disponendo, entro un termine perentorio, la notificazione dell’atto di opposizione e del decreto di fissazione dell’udienza.

L’udienza è destinata all’assunzione dei provvedimenti ritenuti indilazionabili ovvero alla sospensione del processo esecutivo, e si conclude con un provvedimento in forma di ordinanza. In ogni caso, il g.e. fissa un termine perentorio per l’introduzione del giudizio di merito, previa iscrizione a ruolo a cura della parte interessata.

Quanto, infine, alla disposizione di cui al comma 3 dell’articolo in commento, essa è diretta a disciplinare l’opposizione pre-esecutiva, di cui all’art. 617, comma 1, c.p.c., stabilendo il regime di impugnazione della sentenza che definisce il relativo giudizio (↓, § 5).

 

2. Struttura bifasica dell’opposizione successiva agli atti esecutivi. Le opposizioni esecutive cd. successive sono strutturate come un giudizio bifasico, ovvero si articolano in due fasi: una prima fase sommaria davanti al giudice dell’esecuzione ed una seconda fase eventuale, a cognizione piena, di fronte al giudice della cognizione, concernente il merito della controversia.

La fase di merito è eventuale in quanto se la parte che soccombe nella fase sommaria non instaura il giudizio di merito, a norma dell’art. 618, comma 2, c.p.c., non si procede oltre: a seconda dell’esito della fase sommaria, nel caso di mancata instaurazione del giudizio di merito, continuerà l’esecuzione ovvero si produrrà l’estinzione ex art. 624, comma 3, c.p.c., e l’opposizione sarà definita senza passare al merito della controversia (Crivelli, § 1).

Pur avendo struttura bifasica, il giudizio rimane unitario: esclusa la monofasicità del giudizio oppositivo (su cui v. Menchini-Motto, 175 ss.; 11695/12), l’opposizione è, infatti, introdotta con un solo atto, il ricorso davanti al g.e. (Crivelli, § 1; Abete, § 1), né occorre sostenere la necessità di un apposito atto introduttivo per la seconda fase al fine di affermare la sussistenza di due fasi tra loro distinte (Luiso, 269; Pilloni3,§ 3; Romano, 494; in prospettiva parzialmente diversa, Montanari, 411; ormai, Soldi, 2356; # Recchioni, 656; Barreca2, 674 ss.).

La natura unitaria dell’opposizione si deduce, infatti, dall’art. 184 disp. att. c.p.c.  (ove ritenuto applicabile all’opposizione agli atti esecutivi) e dalla circostanza che il termine decadenziale di venti giorni previsto dall’art. 617 c.p.c. è riferito al ricorso introduttivo della fase sommaria e non all’atto di impulso della fase successiva (per ulteriori rilievi, Abete, § 3).

Altrimenti opinando, il termine di cui all’art. 617 sarebbe, in pratica, sempre ormai scaduto all’atto dell’esperimento della domanda di opposizione (Capponi4, § 3; Montanari, 410 s.).

Rilevante appare, poi, l’argomento letterale: l’opposizione si propone «con ricorso al giudice dell’esecuzione» ex art. 617, comma 2, c.p.c. (Pavan; Soldi, 2326).

Anche la giurisprudenza di legittimità, modificando il proprio orientamento precedente (22838/12 → GI 13, 1615 – Moretti), ha affermato che l’opposizione agli atti esecutivi, pur essendo distinta in due fasi, la prima sommaria e la seconda a cognizione piena, costituisce un unico procedimento, sicché ai fini dell’applicazione del termine d’impugnazione di sei mesi, previsto dall’art. 327 c.p.c., nella nuova formulazione, ed applicabile ai giudizi instaurati dopo l’entrata in vigore della l. n. 69/2009, rileva il momento in cui è stata introdotta la fase sommaria, con il deposito del ricorso dinanzi al giudice dell’esecuzione (9246/15; sulle contrapposte posizioni, in dottrina, Moretti, 1615 ss. nonché, Pilloni3).

L’orientamento prevalente della Corte di cassazione è, dunque, nel senso che il processo di opposizione agli atti esecutivi è distinto in due fasi (e solo in tale senso può essere definito “bifasico”), delle quali la prima a carattere sommario e la seconda a cognizione piena; entrambe sono fasi di un procedimento unico, che inizia con la domanda rivolta al giudice dell’esecuzione con la proposizione del ricorso ai sensi dell’art. 617, comma 2, c.p.c. (2353/17; 9984/12; 4760/12; 16297/11; 15630/10; 13928/10 e altre). Il carattere unitario del procedimento non è compromesso dalla cesura tra la prima e la seconda fase, essendo tale cesura funzionale all’attribuzione della cognizione del merito dell’opposizione ad un giudice tendenzialmente diverso da quello dinanzi al quale si è svolta la fase sommaria (e, dopo l’introduzione dell’art. 186-bis disp. att. c.p.c., anche ad un “magistrato” diverso da quello che ha conosciuto degli atti avverso i quali è proposta opposizione: ↓ § 4).

In ragione dell’assunto per il quale il giudizio di opposizione agli atti esecutivi, pur essendo diviso in due fasi, conserva una struttura unitaria, si è ritenuto che:

  • la procura, rilasciata al difensore in occasione del ricorso diretto ad introdurre la fase sommaria, è da intendersi conferita anche per il successivo eventuale giudizio di merito, in mancanza di una diversa ed esplicita volontà della parte che limiti il mandato alla fase sommaria (17307/15; 7117/15);
  • l’atto di citazione per il giudizio di merito che segue la fase sommaria dinanzi al giudice dell’esecuzione è validamente notificato presso il difensore nominato con la procura alle liti rilasciata già nella prima fase, in mancanza di una diversa ed esplicita volontà della parte che abbia limitato a tale fase la validità del mandato difensivo (7997/15); pertanto, è onere di chi eccepisce la nullità della notificazione provare che la procura conferita nella fase sommaria del giudizio fosse stata espressamente limitata a tale fase;
  • l’ordinanza con cui il giudice dell’esecuzione definisce la fase sommaria ai sensi dell’art. 618, comma 2, c.p.c., omettendo di fissare il termine perentorio per l’iscrizione a ruolo della causa di merito, non è impugnabile con il ricorso straordinario previsto dall’art. 111, comma 7, Cost., giacché tale ordinanza, anche quando il giudice dell’esecuzione abbia provveduto sulle spese di lite, è priva del carattere della definitività (1056/18; 9652/17; 25111/15 # 22767/10, nel senso della definitività del provvedimento che abbia disposto sulle spese di lite); la prosecuzione del procedimento con la fase a cognizione piena, infatti, è possibile a prescindere dalla fissazione di detto termine, anche al fine di ottenere la revisione della regolamentazione delle spese, operata ovvero omessa dal g.e. (3019/21; 12170/16; 20532/09); la parte potrà, inoltre, proporre reclamo al collegio per ottenere le misure cautelari invocate (9652/17) e la mancata indicazione del termine per introdurre la fase di merito potrà, comunque, essere sanata richiedendo l’integrazione del provvedimento con istanza ai sensi dell’art. 289 c.p.c. (17887/16; 25064/15; 5060/14; 22033/11; 20532/09: ciò in quanto il provvedimento di fissazione del termine per l’inizio del giudizio di merito, concretandosi in una autorizzazione – dovuta ex lege – alla prosecuzione del giudizio, si connota come provvedimento lato sensu istruttorio, sull’ordine del procedimento; in tema, v. anche 15227/11). In mancanza di siffatte iniziative il procedimento si estingue ai sensi dell’art. 307 c.p.c. (23289/17; 12170/16; 25111/15; 25064/15; 19644/14; 22503/12; 22033/11; in dottrina, Pilloni1, 1333; Soldi, 2341 s.).

La Corte di cassazione, con pronuncia di valore nomofilattico emessa nell’ambito del cd. Progetto Esecuzioni (sul quale v. De Stefano), ha, poi, stabilito che la preliminare fase sommaria delle opposizioni esecutive (successive all’inizio dell’esecuzione) davanti al giudice dell’esecuzione (ai sensi degli artt. 615, comma 2, 617, comma 2, e 618, nonché 619, c.p.c.) è necessaria ed inderogabile: essa, infatti, risponde a esigenze di natura pubblicistica, quali (i) garantire ed incentivare i meccanismi processuali deflattivi espressamente previsti dalla legge; (ii) assicurare che della proposizione dell’opposizione sia reso edotto il g.e., il quale potrà così esercitare i suoi poteri officiosi di verifica e controllo della sussistenza delle condizioni dell’azione esecutiva e della regolarità del relativo svolgimento, nonché attuare il necessario coordinamento tra processo di esecuzione e giudizio di opposizione; (iii) rendere possibile la conoscenza dell’avvenuta proposizione dell’opposizione a tutte le parti del processo esecutivo, nonché ad altri eventuali interessati (e.g., i potenziali acquirenti del bene staggito) (v., sul punto, Soldi, 2327).

Tanto premesso, la sentenza individua le conseguenze della proposizione di un atto di opposizione non conforme al modello legale (Auletta).

La omissione, come l’irregolare svolgimento, della fase sommaria del giudizio, laddove abbia impedito la regolare instaurazione del contraddittorio nell’ambito del processo esecutivo ed il preventivo esame dell’opposizione da parte del giudice dell’esecuzione – non solo in vista di eventuali richieste cautelari di parte, ma anche, come detto, dell’eventuale esercizio dei suoi poteri officiosi diretti a regolare il corso dell’esecuzione – determina la nullità dell’atto introduttivo difforme dal modello legale, ai sensi dell’art. 156, comma 2, c.p.c., e l’improcedibilità del giudizio di opposizione a cognizione piena così instaurato (25170/18 → REF 19, 83 – Crivelli; CG 19, 533 – Asprella; GI 19, 1843 – D’Alberti; in dottrina, v. Crivelli, § 1; Auletta; conf. 28848/18).

Tale tesi appare confermata, nell’ottica adottata dalla Corte, dai rapporti esistenti tra fase sommaria e merito del giudizio (↓, § 4).

La nullità può, tuttavia, essere oggetto di sanatoria ai sensi dell’art. 156, comma 3, c.p.c., laddove l’atto introduttivo abbia comunque raggiunto il suo scopo, cioè sia stato tempestivamente trasmesso al giudice dell’esecuzione ed acquisito agli atti del fascicolo del processo esecutivo, su iniziativa dell’ufficio o su richiesta della stessa parte opponente, nel termine perentorio previsto dalla legge.

In tal caso, la sanatoria per raggiungimento dello scopo, ai fini della tempestività dell’opposizione, opera con effetto dalla data in cui sia stato emesso il provvedimento che dispone l’inserimento dell’atto nel fascicolo dell’esecuzione ovvero dalla data, se anteriore, in cui l’opponente richieda di procedere in tal senso.

Ove invece il mancato tempestivo inserimento dell’atto nel fascicolo dell’esecuzione sia imputabile ad un errore della cancelleria e non della parte opponente, la domanda proporrà i suoi effetti dalla data del deposito dell’atto presso l’ufficio giudiziario (essendo la cancelleria tenuta ad inserire nel fascicolo dell’esecuzione tutti gli atti che siano oggettivamente interpretabili come diretti al giudice dell’esecuzione, indipendentemente dalla loro forma o dalla loro iscrizione a ruolo).

Il momento in cui opera la sanatoria è dunque il punto di riferimento per valutare la tempestività o meno dell’opposizione proposta e la conseguente ammissibilità/proponibilità dell’azione, salva eventuale rimessione in termini nel caso di errore non imputabile (25170/18 ↑).

A questa impostazione è stato mosso il rilievo che, per valutare la tempestività dell’azione, è «sufficiente che il rapporto processuale con l’ufficio giudiziario adito si sia realizzato sin dall’iscrizione a ruolo del procedimento», rimanendo irrilevante l’erronea individuazione dell’articolazione interna dell’ufficio competente (Soldi, 2329). Analoga soluzione dovrebbe essere attinta anche nel caso di scelta consapevole e dichiarata dell’opponente di pretermettere la fase sommaria dell’opposizione, diversamente da quanto ritenuto dalla Suprema Corte (Soldi ↑). Conforme, nelle conclusioni, è quella dottrina che rileva «un sapore amaro nell’interprete, dovuto al fatto che, ancora oggi, la erronea scelta di una forma introduttiva della causa, anch’essa in astratto prevista dalla legge, ma diversa da quella normativamente prevista in base alla “materia” oggetto del procedimento, anche se parimenti in grado di manifestare chiaramente e tempestivamente la volontà “impugnatoria” della parte soccombente e di instaurare il contraddittorio con le controparti nel rispetto del diritto di difesa costituzionalmente garantito, non sia ritenuta equivalente, nella sostanza, alla forma introduttiva conforme al modello legale,  al fine di evitare decadenze processuali, come quella dal diritto di impugnare provvedimenti lesivi» (Napolitano, § 5).

Sul versante opposto, è stato ritenuto – al contrario – che la proposizione della domanda ad un giudice diverso dal g.e. impedisca la valida instaurazione del rapporto processuale: è stata dunque suggerita l’applicazione della disciplina del difetto dei presupposti processuali, piuttosto che quella della nullità degli atti processuali, la quale ultima attiene alla forma-contenuto dell’atto e non ai presupposti di validità del processo (Asprella, § 9; Auletta). L’attribuzione al g.e. della fase sommaria dell’opposizione è infatti qualificabile nei termini di competenza funzionale inderogabile, e non quale questione di distribuzione degli affari interna all’ufficio, disciplinata da meccanismi irrilevanti dal punto di vista della regolarità del processo esecutivo (conf. Crivelli, § 5).

Da quest’ultima prospettiva, si è inoltre osservato che, anche a voler ragionare in termini di nullità, dovrebbe comunque trovare applicazione il meccanismo di rimessione in termini di cui all’art. 153 c.p.c. o la rinnovazione ex art. 164 c.p.c., essendo la domanda diretta ad un giudice diverso da quello cui andava correttamente indirizzata [in violazione dell’art. 163, comma 2, n. 1), c.p.c.]: con la conseguenza che competerà alla parte, la quale dimostri di essere incorsa in errore per causa non imputabile, di rinnovare l’atto entro il termine perentorio concesso dal giudice, mentre nessuna efficacia sanante automatica potrà essere riconosciuta al provvedimento (adottato anche d’ufficio) che trasmette il ricorso, erroneamente iscritto a ruolo, al giudice dell’esecuzione (Auletta; Farina; in senso parzialmente conforme, Asprella, § 8).

Per ampie considerazioni su 25170/18 ↑, v. Pilloni2.

In ogni caso, nell’ipotesi di errore della parte nella scelta del modello dell’atto di introduzione (citazione in luogo del ricorso), la tempestività dell’azione dovrà comunque tener conto dei principi consolidati in materia (cfr. sub art. 617 c.p.c.): è, dunque, rilevante il momento del deposito della citazione notificata, e non la notificazione di quest’ultima per determinare la tempestività dell’opposizione irritualmente proposta (sul punto, 25170/18 ↑; Soldi, 2330).

 

3. La fase sommaria. – La fase sommaria è devoluta alla cognizione del g.e. (Capponi4, § 3; sulla natura del giudizio, cfr. Pilloni3, § 2, ove ampi richiami).

Essa si introduce con ricorso o in forme equipollenti (↑).

Il deposito del ricorso, che costituisce l’atto introduttivo del giudizio di opposizione agli atti esecutivi (Soldi, 2325; Capponi2), produce gli effetti processuali e sostanziali della domanda (Balena-Bove, 289; Proto Pisani, 214), e rappresenta, dunque, il punto di riferimento per stabilire la tempestività dell’opposizione (Crivelli, § 2).

A seguito del deposito del ricorso, il g.e. fissa con decreto l’udienza di comparizione delle parti davanti a sé e il termine perentorio per la notificazione del ricorso e del decreto.

La notificazione del ricorso e del decreto di fissazione dell’udienza va effettuata a tutte le parti del processo esecutivo, a cominciare dal creditore procedente, compresi gli intervenienti, nonché a tutti coloro che debbono essere considerati litisconsorti necessari (sul punto, cfr. sub art. 617 c.p.c.).

Il giudice deve, pertanto, disporre l’integrazione del contraddittorio nel caso di pretermissione di una o più delle parti necessarie del giudizio (3890/16).

A norma dell’art. 185 disp. att. c.p.c., il giudizio sommario si svolge nelle forme di cui agli artt. 737 ss. c.p.c., ma il rinvio alle norme dettate per il procedimento camerale è, di fatto, privo di significato precettivo sostanziale (Soldi, 2338; Capponi2) o, al più, si riferisce solo ad una parte assai limitata delle relative disposizioni (Abete, § 1; Arieta-De Santis, 1739 s.; Pilloni3, § 2;  Romano, § 3; Barreca2, § 2; Proto Pisani, 213; Menchini-Motto, 175 ss.).

Il richiamo è rivolto, in sostanza, alle sole modalità di svolgimento dell’udienza camerale, e rende senz’altro applicabile il principio del contraddittorio anche nella fase sommaria davanti al g.e. (Barreca1, 614).

Al più, il richiamo può essere inteso come un rinvio all’art. 738, comma 3, c.p.c., che conferisce al giudice il potere di «assumere informazioni» (cfr. mutatis mutandis, Romano, § 3).

Per inciso, non può comunque non segnalarsi «la singolarità della previsione delle forme camerali di sviluppo dell’udienza di comparizione quando per lo più essa sarà il luogo e momento deputato alla pronuncia di un provvedimento ritenuto ormai con decisione di natura cautelare; come fra l’altro attesta la sottoposizione del provvedimento sull’istanza di sospensione allo strumento del reclamo cautelare ex art. 669- terdecies c.p.c.» (Recchioni; ↓ § 6).

La cognizione del g.e., esercitabile anche d’ufficio, è finalizzata all’adozione nei casi urgenti dei provvedimenti opportuni, nonché alla decisione sulla sospensione ed alla concessione dei provvedimenti indilazionabili di cui all’art. 618, comma 2, c.p.c. (Barreca2, §2; ↓, § 6). Il g.e., inoltre, potrà verificare la sussistenza delle condizioni dell’azione esecutiva e la regolarità del relativo svolgimento, nonché esercitare i suoi poteri di direzione del procedimento d’esecuzione, adottando i provvedimenti conseguenti (Auletta).

Un’opposizione tardiva è, ovviamente, inammissibile/improcedibile (T. NA 27.1.21 @).

La stessa conclusione viene raggiunta dalla giurisprudenza per l’ipotesi di inutile decorso del termine perentorio per la notificazione del ricorso introduttivo e del relativo decreto di fissazione dell’udienza sommaria (20637/17; 11583/09; 4957/07).

Nel caso di notificazione nulla, però, il giudice può concedere un termine per la rinnovazione (25308/15).

Il giudice dell’esecuzione, in ogni caso, fissa un termine perentorio per l’introduzione del giudizio di merito, a cura della parte interessata, osservati i termini a comparire di cui all’articolo 163-bis, o altri se previsti, ridotti della metà.

Dall’inciso «in ogni caso» si desume come il giudice dell’esecuzione non possa definire dinanzi a sé la causa introdotta come opposizione agli atti esecutivi, senza consentire di dar corso al giudizio di merito ai sensi dell’art. 618 c.p.c., e ciò, a prescindere dall’ammissibilità, procedibilità o fondatezza del rimedio prescelto dall’opponente (in questo senso, in giurisprudenza, 17887/16, in motivazione; 22503/11; 17860/11; 15996/08; in dottrina, Soldi, 2324; Crivelli, § 2; per un’eccezione, Crivelli, § 4).

Il provvedimento emesso dal g.e., nella logica normativa sottesa alla struttura bifasica del procedimento, non è, infatti, diretto ad una decisione definitiva sul diritto coinvolto – i.e. la pretesa del soggetto opponente all’osservanza delle regole del processo esecutivo –trattandosi di una decisione provvisoria, destinata ad essere ridiscussa nella fase a cognizione piena (22503/11).

Nel caso di inammissibilità/improcedibilità, il vizio processuale sarà conseguentemente dichiarato all’esito della causa di merito (↓, § 4), e non definendo il giudizio dinanzi al giudice dell’esecuzione (Soldi, 2338).

Qualora, però, l’opponente non compaia all’udienza di comparizione fissata ex art. 618, comma 1, è applicabile l’ art. 181, comma 1 c.p.c., e, conseguentemente, il giudice dell’esecuzione deve disporre la cancellazione della causa dal ruolo; qualora in detta ipotesi il giudice dell’esecuzione erroneamente dichiari improcedibile il giudizio, è stato ritenuto che il relativo provvedimento, ancorché adottato in forma di ordinanza, va considerato sentenza in senso sostanziale, contro la quale è ammesso ricorso per cassazione per violazione di legge (4190/10).

 

4. La fase di merito. La fase di merito è disciplinata dall’art. 618, comma 2, c.p.c. e si sviluppa in un giudizio di cognizione ordinaria dinnanzi al giudice competente, il quale si identifica funzionalmente, in ragione dell’oggetto dell’accertamento (art. 27, comma 2, c.p.c.; Luiso, 281), con l’ufficio giudiziario di fronte al quale si svolge l’esecuzione.

Il giudizio si svolge secondo le norme dettate per il rito ordinario o per il rito speciale applicabile in relazione del diritto oggetto di tutela esecutiva (Luiso, 281; cfr. anche l’art. 618-bis c.p.c.).

Il rinvio fatto dall’art. 185 disp. att. c.p.c. alle norme dettate per i procedimenti in camera di consiglio, infatti, al di là della sua scarsa portata precettiva (↑), ha in ogni caso riguardo alla sola fase sommaria che si svolge dinnanzi al g.e. (Luiso, 267; Barreca1, 614; Romano, 495 s.; Pavan, 270; Proto Pisani, 213; Balena-Bove, 288 s.; in giurisprudenza, 3550/13 # Capponi5, ma l’opinione mi pare superata in Capponi4, § 3).

A norma dell’art. 618, comma 2, c.p.c. – nel testo sostituito dall’art. 15, l. n. 52/2006 -, l’introduzione del giudizio di merito deve dunque avvenire, analogamente a quanto previsto dall’art. 616, con la forma dell’atto introduttivo richiesta nel rito con cui la fase di cognizione piena dell’opposizione deve essere trattata (in ragione del tipo di obbligazione rappresentata dal titolo esecutivo – Recchioni). Pertanto, se la causa è soggetta al rito ordinario, il giudizio di merito va introdotto con citazione (31694/18 → REF 19, 336 – Farolfi; 13083/18; 19264/12 → REF 13, 401 – Abete; REF 13, 415 – Capponi); ove si applichi il rito del lavoro, ex art. 618-bis c.p.c., il giudizio di merito va introdotto con ricorso da depositare nella cancelleria del giudice competente (27527/14).

L’udienza per la prosecuzione nella fase di merito viene fissata dall’opponente se il giudizio è proseguito con citazione; dal giudice investito del merito dell’opposizione ove l’atto d’impulso assuma la forma del ricorso, vertendosi nelle materie regolate dal rito del di lavoro.

I termini a comparire sono ridotti della metà; i termini per la costituzione in giudizio, anche della parte che introduca la causa di merito, viceversa, non subiscono alcuna riduzione (cfr. 24224/19 → REF 20, 108 – Felloni).

L’iscrizione della causa al ruolo contenzioso deve avvenire nei tempi previsti dal rito seguito, ed è incongrua la menzione di una «previa» iscrizione a ruolo: ove l’introduzione del giudizio avvenga con citazione, la notificazione della citazione, infatti, notoriamente precede l’iscrizione a ruolo; nell’ipotesi in cui l’atto introduttivo assuma la forma del ricorso, la costituzione dell’attore coincide con il deposito dell’atto introduttivo (Soldi, 2349; Proto Pisani, 214; Pavan § 11; così anche Barreca1, 615; 17306/15).

Il trasferimento degli atti dell’opposizione (ricorso, fascicolo, documenti in esso contenuti, verbale dell’udienza di comparizione) al giudice della fase di merito è disciplinato dall’art. 186 disp. att. c.p.c..

Da quanto sopra, si deduce che l’art. 618 c.p.c. nel testo sostituito, con decorrenza dal 1° marzo 2006, dalla l. n. 52/2006, ha escluso l’automatismo della prosecuzione con la cognizione piena; è rimesso all’iniziativa della parte interessata l’effettivo inizio di tale fase nel termine fissato (v. anche ↑, § 2).

L’atto di impulso che introduce la fase di merito, da porre in essere entro il termine perentorio fissato dal giudice, ha natura di atto di riassunzione del giudizio; si tratta della prosecuzione in altra fase di un giudizio già pendente (Luiso, 269 s.; Mandrioli-Carratta, 232; Pavan, § 11).

Laddove il giudizio di merito sia soggetto al rito ordinario, l’atto introduttivo della fase a cognizione piena, che assume la forma dell’atto di citazione, deve essere notificato alla controparte entro il termine perentorio fissato dal giudice.

Nell’ipotesi in cui, invece, il giudizio di merito sia soggetto alla disciplina del rito del lavoro, allora l’adempimento da porre in essere entro la scadenza del termine è il deposito del ricorso (Farolfi, 336 ss.).

Nel caso di errore sulla forma dell’atto introduttivo, bisogna tener conto del momento in cui l’atto introduttivo predisposto in forma errata sia ricondotto al modello legale (Soldi, 2347 s.): dunque, ove la riassunzione del giudizio avvenga con atto di citazione, invece che con ricorso, rileva a tal fine la data di deposito dell’atto in cancelleria e non quella della sua notificazione, e viceversa.

Il termine per l’introduzione della fase di merito non decorre dal deposito del provvedimento sommario, ma dal momento in cui l’interessato ne abbia avuto conoscenza legale o di fatto (6056/17; 17306/15).

La tardiva (o mancata) riassunzione della fase di merito a cognizione piena dell’opposizione determina l’improcedibilità dell’azione e l’improseguibilità del giudizio a cognizione piena, e non semplicemente la caducazione degli eventuali provvedimenti cautelari emessi (che anzi, al contrario, laddove si tratti di provvedimenti di sospensione dell’esecuzione, si consoliderebbero al punto da determinare l’estinzione del processo esecutivo, in base al meccanismo di cui all’art. 624 c.p.c., comma 3).

Nel caso dell’omessa fissazione del termine per l’inizio del giudizio di merito da parte del giudice che definisca la fase sommaria (↑), l’art. 289 c.p.c., prevede che l’integrazione possa essere fatta nel termine perentorio di sei mesi e, pertanto, deve ritenersi che anche l’iniziativa autonoma di iscrizione a ruolo della causa nel merito resti assoggettata allo stesso termine, decorso il quale trova applicazione l’art. 307, comma 3, c.p.c. e, cioè, il processo si estingue per mancata prosecuzione (22033/11).

Non assume rilevanza, ai fini del rispetto del termine assegnato dal giudice all’esito della trattazione camerale, il compimento delle formalità di iscrizione della causa a ruolo, che, pur richiamata nell’art. 618 c.p.c., ha la sola funzione di rimarcare la diversa cognizione delle due fasi del giudizio di opposizione (19905/18; 6056/17; 17306/15), evidenziando la necessità di designare un giudice istruttore (Crivelli, § 2).

Nel caso di intempestiva iscrizione a ruolo della causa di opposizione agli atti esecutivi, il giudizio non è dunque improcedibile (per inosservanza di un termine perentorio), ma troveranno applicazione le generali regole di cui agli art. 171 e 307 c.p.c. (24224/19, ↑; in senso analogo, Barreca1, 615; # 1058/18).

Quando il giudizio di merito venga introdotto tempestivamente, lo stesso sarà comunque improponibile ove sia stato il ricorso introduttivo davanti al g.e. ad essere notificato (col decreto di fissazione dell’udienza) oltre il termine, anch’esso perentorio, previsto dall’art. 618, comma 1, c.p.c., salva la rimessione in termini di cui all’art. 153 c.p.c. (25170/18 ↑ # 20018/16; v. anche Barreca2, nota 14).

La legittimazione alla riassunzione spetta sia all’opponente che all’opposto (Soldi, 2352; Capponi2; Recchioni, 648 s.), con la conseguenza che la prosecuzione dell’opposizione nel merito non necessariamente condivide la natura “oppositiva” della fase sommaria (Crivelli, § 2).

Nel caso in cui l’iniziativa provenga dall’opponente, è discusso se l’atto introduttivo del giudizio di merito possa contenere domande o eccezioni nuove (cd. mutatio libelli), che non siano giustificate, ex art. 183, comma 5, c.p.c., dalle difese del convenuto (in senso negativo, oltre alla giurisprudenza – cfr. 9246/15, ↑; 18761/13, Crivelli, § 2; per l’affermativa, invece, Luiso, 269; Soldi, 2234, in applicazione del principio di cui all’art. 104 c.p.c.; G. Balena-M. Bove, 288 ss., nell’ambito della teoria della struttura monofasica del giudizio).

Sul punto si può ritenere, con la giurisprudenza, che, in tema di giudizio di opposizione agli atti esecutivi, l’atto che introduce il giudizio di merito sull’opposizione, ai sensi dell’art. 618, comma 2, c.p.c., deve contenere motivi di opposizione coincidenti con quelli proposti col ricorso introduttivo della fase dinanzi al giudice dell’esecuzione, ferma la facoltà dell’opponente di rinunciare ad uno o più degli originari motivi, riproponendo nell’atto introduttivo del giudizio di merito sull’opposizione soltanto uno o taluno di questi. In tale ultima eventualità, il giudizio di merito sarà limitato ai motivi di opposizione agli atti esecutivi riproposti (1012/13).

L’atto difensivo della controparte, nell’ipotesi di riassunzione ad opera dell’opponente, sarà soggetto alle sole preclusioni previste per il rito applicabile.

Per quanto attiene, invece, all’ipotesi in cui sia l’opposto ad introdurre la fase di merito, in quanto interessato ad evitare l’estinzione del processo esecutivo in forza del meccanismo di cui all’art. 624, comma 3, c.p.c. (cfr. art. 624 c.p.c.), egli non incontrerà limiti alla proposizione di domande ed eccezioni nuove, e tutte le relative preclusioni andranno rapportate alle scansioni processuali fissate per la prosecuzione nel merito. In questa seconda ipotesi, è, infatti, il “convenuto” nella fase di merito (l’opponente) che aveva posto in essere il ricorso introduttivo dell’intero giudizio, ed è dunque quest’ultimo che, con la propria comparsa, incontrerà il limite alla formulazione di nuove domande ed eccezioni di cui all’art. 183, comma 5, c.p.c. (Crivelli, § 2).

A norma dell’art. 186-bis disp. att. c.p.c. il giudizio di merito è trattato da un magistrato diverso da quello che ha conosciuto degli atti avverso i quali è proposta opposizione.

La norma, quanto mai opportuna, è diretta ad assicurare la diversità soggettiva tra il g.e. che ha emanato la misura esecutiva ed il giudice che decide della conformità a diritto di essa (Luiso, 283; Soldi, 2334 s.) e riprende le numerose sollecitazioni della dottrina che aveva osservato come, in tale fattispecie, l’identificazione nella stessa persona fisica del giudice dell’esecuzione e del giudice dell’opposizione si pone in contrasto con il principio di imparzialità di cui all’art. 111 Cost. (per tutti, Oriani2, 16).

La norma, in conformità alla ratio, deve però interpretarsi in senso restrittivo: pare cioè che non possa escludersi la possibilità che il g.e. istruisca e decida, nel merito, la causa di opposizione agli atti esecutivi «tutte le volte in cui l’opposizione si diriga nei confronti di un atto in senso stretto, del quale il giudice dell’esecuzione non abbia conosciuto con una propria decisione» (Longo, 566 ss.) ovvero quando il giudice «abbia assunto la direzione del procedimento esecutivo in cui il provvedimento ovvero gli “altri” atti si inseriscono, dopo il loro compimento e quando era ormai precluso il potere di procedere alla revoca ai sensi dell’art. 487 c.p.c.» (Soldi, 2335).

In senso ulteriormente – e forse eccessivamente – restrittivo, si pone parte della giurisprudenza (26551/18).

La violazione dell’obbligo di astensione, previsto dall’art. 186-bis disp. att. c.p.c. è deducibile solo con istanza di ricusazione ai sensi dell’art. 52 c.p.c., in mancanza della quale la parte non può impugnare la sentenza emessa dal giudice che avrebbe dovuto astenersi (22854/14).

Si deve, infine, dare atto che, secondo l’opinione tràdita, la fase di merito dell’opposizione agli atti esecutivi non potrebbe essere instaurata nelle forme del procedimento sommario di cognizione, in quanto l’inappellabilità della sentenza resa sull’opposizione agli atti esecutivi  esclude il controllo a cognizione piena in appello ex art. 702 quater-c.p.c., asseritamente ineludibile attesa la sommarietà del rito nel primo grado di merito del giudizio (Napolitano, § 5; Soldi, 2350 s.; ma v., sul punto, l’art. 702-bis c.p.c.).

Ove, su tali basi, il giudice investito dell’opposizione agli atti esecutivi con ricorso ex art. 702-bis c.p.c., ritenesse l’incompatibilità del rito sommario con la struttura del giudizio ex art. 618, comma 2, c.p.c., dovrà però limitarsi a disporre il mutamento del rito ai sensi dell’art. 702-ter, comma 3, c.p.c., e non dichiarare l’inammissibilità della domanda ai sensi dell’art. 702-ter, comma 2, c.p.c., in quanto l’incompatibilità del rito con l’oggetto della domanda costituisce fattispecie più direttamente riconducibile (o quanto meno equiparabile) a quella prevista dall’art. 702-ter, comma 3, c.p.c. che non a quella regolata dal comma precedente della medesima norma.

L’erronea decisione di inammissibilità, secondo la giurisprudenza, è direttamente ricorribile per cassazione ai sensi dell’art. 111 Cost. (18331/19 → FI 20, 1010 – Desiato; RAEF 21, 769 – Tedoldi).

 

 5.Decisione e regime di impugnazione. – La sentenza di rigetto nel merito dell’opposizione agli atti esecutivi accerta la validità dell’atto opposto, e forma giudicato sul motivo posto a fondamento della nullità.

L’accoglimento dell’opposizione comporta, viceversa, la dichiarazione di nullità dell’atto impugnato e la invalidità degli atti successivi che ne sono dipendenti, e forma giudicato sull’esistenza del vizio di invalidità (Luiso, 284).

Attesa la natura di giudizio meramente rescindente riconosciuta all’opposizione agli atti esecutivi, spetterà invece al giudice dell’esecuzione adottare ogni conseguente determinazione.

Il g.e. potrà, quindi, disporre la rinnovazione dell’atto nullo, dopo l’accoglimento dell’opposizione, ove il vizio non sia tale da impedire la prosecuzione del processo di esecuzione forzata (Luiso, 284; Soldi, 2267). Nel caso contrario, ove la nullità impedisca la prosecuzione del processo, dovrà adottare i provvedimenti necessari per la sua conclusione, anche in ordine alle eventuali spese liquidabili (Soldi, 2267).

La sentenza emessa direttamente all’esito della fase sommaria di un’opposizione esecutiva è nulla, in quanto affetta da erroneità insanabile del modus procedendi, non solo e non tanto per la inammissibile fusione e confusione della fase sommaria e di quella di merito, quanto piuttosto per l’esaurimento anche della seconda con una pronuncia che, adottata con totale pretermissione della scansione processuale disegnata dal codice di rito, ambisce a definire con efficacia di giudicato le questioni di diritto sollevate dalle parti (27886/17, 25255/17; 19061/17; Pilloni1, 1331).

La sentenza che definisce il giudizio è espressamente definita non impugnabile dalla legge, anche con riferimento all’opposizione pre-esecutiva (cfr. art. 618, comma 3, c.p.c.); per pacifica giurisprudenza, essa è ricorribile per cassazione ex art. 111, comma 7, Cost., in quanto provvedimento decisorio, non suscettibile di essere impugnato altrimenti (Luiso, 283).

Nell’ipotesi in cui la sentenza abbia statuito su una pluralità di opposizioni sviluppate nell’ambito dello stesso procedimento esecutivo, alcune delle quali qualificabili come opposizione all’esecuzione, altre agli atti esecutivi, il regime di impugnazione è il seguente:

  • se la sentenza è stata pubblicata tra il 1° marzo 2006 e il 4 luglio 2009 (ossia nell’intervallo di tempo tra l’entrata in vigore della l. n. 52/2006 e della l. n. 69/2009), sia i capi che hanno deciso i motivi di opposizione all’esecuzione sia quelli che hanno statuito su motivi di opposizione agli atti sono impugnabili con ricorso straordinario per cassazione;
  • altrimenti, i capi relativi a motivi di opposizione all’esecuzione sono impugnabili con l’appello, mentre i capi relativi a motivi di opposizione agli atti sono impugnabili con ricorso straordinario per cassazione.

In altri termini, qualora una opposizione in materia esecutiva possa scindersi in un duplice contenuto, in parte riferibile ad una opposizione agli atti esecutivi e in parte riferibile ad una opposizione all’esecuzione, l’impugnazione della relativa sentenza deve seguire il diverso regime (tempo per tempo vigente) previsto per i distinti tipi di opposizione (18312/2014), con la conseguenza che, se il giudice abbia ritenuto assorbente l’opposizione agli atti esecutivi, pronunciandosi solo in merito ad essa, la sentenza è ricorribile per cassazione a norma degli artt. 618 c.p.c. e 111 Cost. (19267/15).

L’individuazione del mezzo di gravame deve avvenire in base alla qualificazione che il giudice a quo abbia dato all’azione proposta in giudizio, a prescindere dalla sua esattezza o dalla qualificazione dell’azione data dalla parte (14799/18; 14750/18; 11375/18; 24184/14; 30201/08; 26294/07; in dottrina, Soldi, 2270; sul principio dell’apparenza nelle opposizioni esecutive, v. Porcelli, 371 ss.).

Il principio, tuttavia, sconta applicazioni concrete tutt’altro che inequivoche: è stato ritenuto, ad esempio, che il mero riferimento all’opposizione agli atti esecutivi contenuto nella narrativa della sentenza possa risultare generico e non effettivamente qualificante della natura dell’opposizione (12872/16) e che, in ogni caso, non rileva l’indicazione contenuta nell’oggetto dell’epigrafe della sentenza, essendo invece rilevante il contenuto della parte motiva di quest’ultima (9796/16).

Il giudice ad quem, correttamente investito del gravame in forza del principio dell’apparenza, può in ogni caso valutare la correttezza della qualificazione, sempreché sulla stessa non si sia formato il giudicato interno.

Se, poi, il contenuto della sentenza non sia esplicito o chiaro e lasci incerta la qualificazione che il giudice a quo ha inteso dare all’opposizione o comunque si ritenga che il potere di qualificazione non sia stato esercitato da quel giudice, esso può essere legittimamente esercitato dal giudice ad quem, e ciò non solo ai fini del merito, ma anche dell’ammissibilità stessa dell’impugnazione (13381/17; 26919/09).

Quanto al decorso dei termini per impugnare, è stato precisato che dalla data in cui è proposto appello avverso i capi di una sentenza che abbia pronunziato sia su opposizioni alla esecuzione sia su opposizioni agli atti esecutivi, decorre il termine di sessanta giorni per la proposizione del ricorso per cassazione avverso i capi in cui sono state decise opposizioni agli atti esecutivi, in forza del principio di equipollenza della notifica della impugnazione alla notifica della sentenza, ai fini della decorrenza del termine stabilito dall’art. 325 c.p.c. (24048/09).

 

6. I provvedimenti opportuni ed indilazionabili e il potere di sospensione della procedura. – Nella fase sommaria del giudizio, il giudice dà, con decreto, nei casi urgenti ed inaudita altera parte, i provvedimenti opportuni. All’udienza dà, con ordinanza, i provvedimenti che ritiene indilazionabili ovvero sospende la procedura (Metafora2).

Deve essere sempre consentita al giudice dell’esecuzione l’emissione dei provvedimenti di cui all’art. 618 c.p.c., commi 1 e 2, c.p.c., anche di ufficio, a prescindere da un’espressa istanza delle parti (25170/18, ↑; Napolitano, § 4).

L’istanza di parte, ove presente, sarà di regola contenuta nel ricorso introduttivo. Nulla pare vietare, però, la sua proposizione con atto separato, anche in udienza (cfr., mutatis mutandis, Romano, nota 29; Onniboni, 1719).

La previsione per la quale il giudice dell’esecuzione può non solo sospendere la procedura, ma altresì adottare provvedimenti opportuni e indilazionabili, deriva dal fatto che la legittimazione a proporre opposizione agli atti esecutivi non compete solo al debitore ma anche a soggetti che non sono interessati ad ottenere l’arresto del processo esecutivo, quanto l’immediato compimento dell’atto censurato (ad esempio, il creditore procedente e i creditori intervenuti) (Metafora2).

Nel caso di sospensione della procedura, anche con decreto inaudita altera parte (Pavan, § 10), trova applicazione la disciplina dell’art. 627 c.p.c., con la conseguenza che la mancata tempestiva riassunzione del processo esecutivo ad opera della parte interessata ne determina l’estinzione, ai sensi dell’art. 630 c.p.c..

Il giudice potrà, però, optare per una mera dilazione dell’esecuzione, piuttosto che per la sua sospensione: ad esempio, differendo l’adozione di un provvedimento che gli è stato chiesto oppure l’attuazione di un provvedimento già adottato, o posponendo l’inizio del termine entro il quale una delle parti deve compiere un determinato atto (Soldi, 2338 s.). In tali fattispecie, se l’opposizione è proposta quando il processo si trova in una fase in cui spetta al giudice dell’esecuzione di provvedere, sarà compito del giudice far sì che il processo prosegua al venir meno della causa della dilazione (adottando i provvedimenti conseguenziali), con mera facoltà e non onere delle parti di sollecitarne la ripresa (non trova applicazione in altri termini l’art. 627 c.p.c.: 17452/06 → REF 06, 875 – Tota; FI 07, 2529 – Metafora; GI 07, 1731 – Frus; v., sul punto, le osservazioni di Frus; Metafora1).

Con i provvedimenti opportuni di cui all’art. 618, comma 1, c.p.c. o indilazionabili di cui all’art. 618, comma 2, c.p.c., il g.e. potrà, ancora, disporre la rinnovazione dell’atto esecutivo impugnato, ove questo sia affetto da una nullità sanabile, anticipando l’esito del giudizio di opposizione (e fermo che a quest’ultimo spetterà la decisione definitiva sulla questione di rito); se il vizio è insanabile, invece, in presenza del fumus di fondatezza dell’opposizione, il g.e. dovrà esercitare il potere tipico di sospensione del processo esecutivo (Luiso, 281 s.; Asprella, § 5).

Il giudice dell’esecuzione può, insomma, anticipare e/o assicurare, previo giudizio prognostico e di verosimiglianza sul punto, i probabili risultati dell’opposizione, adottando i provvedimenti, anche atipici (o «innominati», così Frus, 1731 ss.), che si rendano necessari per la “gestione” del processo esecutivo e per la tutela delle posizioni giuridiche degli interessati – nelle more della decisione sul merito dell’opposizione.

Si discute se, ai fini dell’adozione dei provvedimenti in parola, occorra, oltre al fumus boni juris, anche il periculum in mora.

Se i provvedimenti opportuni di cui all’art. 618, comma 1, c.p.c. potranno essere confermati, modificati o revocati all’udienza “camerale”, nel contraddittorio tra le parti, invece, il regime di impugnazione dei provvedimenti ex art. 618, comma 2, c.p.c. dipende dalla natura e dalla funzione che si voglia riconoscere a questi ultimi.

In dottrina, è prevalente la tesi che attribuisce ai provvedimenti emanati dal giudice dell’esecuzione ai sensi dell’art. 618, commi 1 e 2, c.p.c. funzione e natura cautelare (Pavan, 269 s.; Metafora1, § 3; Oriani1, 111; Oriani2, 16 ss.).

Nello stesso senso la giurisprudenza (19644/14; 4760/12; 1126/12; 22503/11; 11243/10 → GI 10, 372 – Nela).

Si tratterebbe di una fattispecie, sia pur atipica, di tutela ante causam o, forse, extra causam, in quanto il giudizio di opposizione deve considerarsi instaurato con il deposito del ricorso davanti al giudice dell’esecuzione e prima della designazione del giudice investito del merito dell’opposizione successiva.

Conseguentemente, tali provvedimenti sono reclamabili ex art. 669-terdecies c.p.c. (Metafora1, § 3; Proto Pisani, 213; Menchini, nota 25; Oriani1, 111; nello stesso senso, mutatis mutandis, Rusciano, § 5; Romano; in senso dubitativo, Barreca1, 613; Barreca3, § 3; con riferimento alla sola sospensione, Soldi, 2340 # Nela) e talora si estende ad essi l’operatività dell’intera disciplina di cui agli artt. 669-bis ss. c.p.c., nei limiti della compatibilità.

Ad esempio, se ne afferma la revocabilità e la modificabilità ex art. 669-decies c.p.c. (cfr. Pavan, § 10; Metafora1, § 3; Balena-Bove, 309; Proto Pisani, 215; Oriani1, 110), da parte del giudice investito dell’opposizione, mentre si esclude l’applicabilità dell’art. 669-ter c.p.c., per evitare la «paradossale situazione di ritenere ammissibile una pronuncia cautelare ante causam di un provvedimento (quello sospensivo del giudice dell’esecuzione), avente anch’esso natura cautelare», insomma, «una sorta di ante causam di un ante causam; cosa che, francamente, non pare possibile» (Pavan, § 15).

Per un’ampia disamina del tema, si v. Barreca3, § 5 nonché, pur con riferimento alla sospensione dell’efficacia esecutiva del titolo ex art. 615, comma 1, c.p.c., 19889/19, → J 19 – Farina; CG 20, 217 – Metafora; REF 19, 566 – Auletta; RAEF 19, 729, Capponi-Cirulli-Farina-Monteleone-Scirpo-Fabiani-Guarnieri, e i relativi commenti.

Se si acconsente a quanto sopra, tali provvedimenti non saranno invece modificabili o revocabili ex art. 487 c.p.c., in quanto non sono modificabili o revocabili le ordinanze per le quali la legge predisponga uno speciale mezzo di reclamo (cfr. art. 177 c.p.c.), quale, nel caso di specie, il reclamo cautelare ex art. 669-terdecies c.p.c. (Rusciano, § 3).

Favorevoli all’applicazione dell’art. 487 c.p.c., invece, Barreca3, 669; Quaranta, 293.

L’ordinanza adottata ai sensi dell’art. 618, comma 2, c.p.c. non è, invece, autonomamente impugnabile con opposizione agli atti esecutivi, in quanto contiene provvedimenti indilazionabili o provvedimenti sulla sospensione (a loro volta, come detto, non impugnabili ai sensi dell’art. 617 c.p.c., ma ex art. 669-terdecies c.p.c.), nonché provvedimenti ordinatori per la prosecuzione del giudizio in sede di merito (2353/17); rimane salva l’ipotesi (eccezionale) in cui la stessa ordinanza, con un provvedimento formalmente unico, ma sostanzialmente distinto, adotti altresì la revoca o la modifica della precedente ordinanza opposta, ai sensi dell’art. 487 c.p.c., nel qual caso l’ordinanza di revoca o modifica sarà opponibile secondo il regime ordinario di cui all’art. 617 c.p.c. (cui si rimanda).

 

7. Le spese del giudizio. – Le spese della fase sommaria devono essere regolate, secondo una tesi, con il provvedimento pronunciato dal giudice dell’esecuzione ai sensi dell’art. 618, comma 2, c.p.c..

Secondo una diversa impostazione, invece, la pronuncia sulle spese è da adottare in sede di ordinanza di estinzione, ove a questa si giunga ai sensi dell’art. 624, comma 3, c.p.c., ovvero in sede di definizione della fase di merito dell’opposizione, con sentenza (Pavan, § 14, ove richiami).

Nel primo senso dell’alternativa appare ormai attestata la giurisprudenza di legittimità: il provvedimento conclusivo della fase sommaria deve contenere necessariamente la statuizione sulle spese, pur rimanendo privo del carattere di definitività, in quanto riesaminabile nel giudizio di merito (23289/17; 12170/16; 19644/14; 22503/11; 22033/11).

V., per la relativa motivazione, 22503/11; 22033/11.

Anche l’ordinanza collegiale, resa all’esito del reclamo ex art. 669-terdecies c.p.c., deve contenere la pronuncia sulle spese (22503/11), se non altro per ragioni di coerenza sistematica (Soldi, 2341).

Le spese della fase di merito sono invece regolate con la sentenza che definisce il giudizio, nell’ambito del quale, come detto, è ridiscutibile la statuizione sulle spese della fase sommaria.

Sulle modalità di individuazione del valore della causa ai fini della liquidazione di tali spese, cfr. Soldi, 2353 s.

 

8. Sospensione feriale dei termini. – Ai sensi degli artt. 1 e 3 della legge 7 ottobre 1969, n. 742, e dell’art. 92 del r.d. 30 gennaio 1941, n. 12, la sospensione dei termini processuali nel periodo feriale non si applica alle opposizioni esecutive, riferendosi tale disciplina, per orientamento consolidato, tanto ai giudizi di opposizione all’esecuzione che di opposizione agli atti esecutivi, preventivi e successivi, nonché all’opposizione di terzo all’esecuzione (9998/10 → REF 10, 421 – Capponi; 14591/07; 12250/07; 5345/00; conf., quanto all’opposizione agli atti, Capponi3).

Il procedimento di opposizione agli atti esecutivi è, dunque, sottratto all’operatività della disciplina della sospensione dei termini durante il periodo feriale tanto con riferimento alla fase sommaria che con riguardo alla fase a cognizione piena, senza che abbia alcun rilievo che la consecuzione di questa abbia luogo mediante un’attività di iscrizione a ruolo del relativo affare agli effetti del suo svolgimento (13928/10).

Il principio è applicabile anche al ricorso per cassazione, riferendosi la norma alla natura della controversia e ad ogni sua fase processuale, dovendosi, conseguentemente, rilevare d’ufficio la tardività del ricorso e la sua inammissibilità, senza che operi al riguardo la regola di cui all’art. 384, comma 3, c.p.c., che si riferisce alla sola ipotesi in cui la Corte ritenga di dover decidere nel merito e non quando si tratti di questione di diritto di natura esclusivamente processuale (8137/14; conf. 10212/19; 6107/13; 4942/10; 5684/06).

Per le medesime ragioni, il principio opera anche in relazione al termine per proporre ricorso per cassazione avverso la sentenza di opposizione agli atti esecutivi che sia stata impugnata per revocazione, nonché al termine per proporre ricorso per cassazione avverso la sentenza che ha deciso sulla revocazione (14972/15).

L’esclusione della disciplina della sospensione feriale dei termini non è posta nell’interesse particolare del debitore esecutato, ma risponde alla finalità della pronta definizione della causa di opposizione, e, quindi, alla pronta realizzazione dei crediti (10132/03; conf. 6640/10; 6103/06; 14601/04; 1531/03).

Quanto al criterio di applicazione degli artt. 1 e 3 della legge 7 ottobre 1969, n. 742, e dell’art. 92 del r.d. 30 gennaio 1941, n. 12, si deve far riferimento al principio dell’apparenza, per il quale il regime di impugnazione della sentenza, e di conseguenza anche le norme relative al computo dei termini per impugnare, vanno individuati in base alla qualificazione che il giudice a quo abbia dato all’azione proposta in giudizio (171/12).

 

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Commento di Giuliano Giaquinto, licenziato il 18 settembre 2022.

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